Protocollo depurativo “POKE”

QUESTIONE DI pH

Ambiente alcalino e sangue ben ossigenato per il ritorno della salute

Il protocollo depurativo “POKE” è un protocollo nutrizionale olistico e disintossicante per patologie croniche e degenerative, che può vantare successi su varie malattie. E’ ispirato alla “Terapia Gerson” (cfr. per sapere in modo più approfondito su tale terapia si consiglia di leggere il libro Guarire con il Metodo Gerson di Charlotte Gerson e Beata Bishop, Macro Edizioni, 2009) che vanta ottanta anni di successi su malattie diverse come l’emicrania, il melanoma avanzato, la fibromialgia, la tubercolosi, il diabete e l’artrite reumatoide.
Il dottor Max Gerson, medico tedesco vissuto a cavallo tra il XIX e XX secolo, la sviluppò agli inizi del ventesimo secolo per cercare di alleviare le sue atroci e debilitanti emicranie, ma poi scoprì che essa invertiva la tubercolosi della pelle, quindi che curava altri tipi di tubercolosi, il diabete, l’artrite reumatoide e infine tumori di vario genere. Egli non affrontò questo problema da un punto di vista teorico; piuttosto, la sua terapia si è evoluta empiricamente in base alle esperienze e agli esperimenti clinici.
Per questo motivo la comunità scientifica internazionale non ha mai voluto provare le tesi di Max Gerson, poiché erano difficilmente dimostrabili con le metodologie di verifica dei protocolli medici vigenti e con i criteri statistici ad essi collegati. Ciò nonostante, quanto Gerson intuì agli inizi dello scorso secolo (per esempio l’importanza dell’assunzione nella dieta di verdura e frutta fresca e la riduzione o eliminazione di sodio e grassi) coincide esattamente con i risultati odierni della ricerca scientifica, ufficialmente accreditata, riguardo alla riduzione del rischio di contrarre alcuni tipi di cancro o altre malattie. La teoria della “Terapia Gerson” è stata plasmata da successi e fallimenti: quello che funzionava è stato mantenuto, quello che non funzionava è stato analizzato, spiegato e scartato.
La “Terapia Gerson” si basa sulle conclusioni del dottor Gerson, secondo cui la malattia cronica è causata soprattutto da due fattori: carenze nutritive e tossiemia (con quest’ultimo termine si indica la presenza nel sangue di sostanze tossiche di origine esogena o endogena). Quando si pone rimedio a queste due cause fondamentali, il potente sistema immunitario del corpo umano è in grado di riparare praticamente qualsiasi patologia, spesso a un’incredibile velocità. Non occorre “stimolare” il sistema immunitario, come molte immunoterapie oggi cercano di fare: il sistema immunitario è concepito e ottimizzato per riparare da solo qualsiasi disfunzione.
Le patologie non si manifestano perché il sistema immunitario “ignora” una minaccia, ma perché è sprovvisto del necessario per combatterle, così come un esercito magistralmente addestrato non può fare granché contro un aggressore se è sprovvisto delle armi, delle munizioni, del cibo, delle fortificazioni e degli indumenti adatti. Una volta fornito al sistema immunitario il supporto adeguato, esso si risveglia e agisce con velocità e potenza incredibili.

Sistemi immunitari attivi e passivi

Il nostro corpo possiede numerose difese contro gli attacchi di agenti patogeni di tutti i tipi. Alcune di queste difese sono attive, altre passive. La differenza è simile alla difesa opposta da un alto muro di pietre o dal fossato di un castello. Né l’uno né l’altro sono una garanzia assoluta in caso di attacco, ma l’efficienza dei difensori è molto potenziata da valide fortificazioni difensive. Nel caso del nostro sistema immunitario, i sistemi immunitari attivi consistono di minuscoli guerrieri, i globuli bianchi, in grado di cercare e distruggere le minacce al corpo.
Come per un esercito, i sistemi attivi vanno costantemente mantenuti da un treno logistico, che in genere è molto costoso. Un sistema passivo, invece, come un muro di pietre alto e spesso, una volta costruito, richiede cure e manutenzione minime, e serve a scoraggiare qualsiasi potenziale aggressore, allo stesso tempo offrendo alla forza attiva un’efficace base d’appoggio in qualsiasi conflitto.
In questa sede ci focalizzeremo sui sistemi passivi, che sono patrimonio del nostro codice genetico. La natura favorisce sempre l’efficienza, in qualsiasi sistema. Il sistema immunitario non fa eccezione. La natura ci ha fornito di sistemi immunitari passivi altamente efficienti, integrati da sistemi immunitari attivi. Uno dei fattori più importanti del nostro sistema difensivo passivo è il mantenimento di un adeguato livello di alcalinità. Più avanti parleremo delle conseguenze di uno squilibrio di tale fattore, perché molti altri sistemi dipendono interamente dal pH dell’ambiente corporeo.
La sopravvivenza di tutte le cellule del corpo dipende da un regolare e abbondante apporto di ossigeno. Tale apporto è indispensabile per ogni cellula di tutte le strutture corporee. Dimostreremo che un apporto di ossigeno adeguato e correttamente distribuito dipende da un pH sanguigno giusto e leggermente alcalino. Gli enzimi proteolitici (che digeriscono le proteine), prodotti dal pancreas, sono presenti nei fluidi e nelle strutture del corpo umano e costituiscono un elemento importante del nostro sistema immunitario, perché regolano la crescita e lo sviluppo delle cellule di ricambio di tutte le nostre strutture fisiologiche.
L’apporto adeguato e la distribuzione generale di questi enzimi sono fondamentali per consentire la riparazione e la sostituzione delle nostre cellule, oltre che l’eliminazione delle cellule che hanno raggiunto la fine della loro esistenza utile o che sono morte a causa di ferite, malattia o agenti patogeni. Gli enzimi proteolitici, per funzionare, richiedono un ambiente alcalino (pH › 7,0) e vengono neutralizzati o disattivati da un ambiente acido (pH ‹ 7,0).
Tutte le cellule del nostro corpo – con poche, importanti eccezioni – vengono sostituite più o meno ogni 18 mesi (alcune in tempi notevolmente più brevi). Quando le cellule muoiono al termine della loro normale durata di vita, si attiva un processo che genera una cellula di ricambio praticamente caso per caso. Ciò vuol dire che siamo costantemente in riparazione: piccole parti di noi vengono rimosse ed eliminate, in modo che l’età media di tutte le cellule del nostro corpo sia di circa 9 mesi. Poiché le nostre cellule vengono costantemente sostituite, qualsiasi malattia cronica che duri più di 18 mesi è il risultato di qualcosa che stiamo facendo per mantenere tale malattia nel nostro corpo. In assenza di questo “qualcosa”, qualsiasi tessuto malato verrebbe eliminato e sostituito con cellule nuove e sane in 18 mesi o meno.

Rinnovamento

E’ generalmente accettato che il numero di cellule nel corpo umano è un piccolo multiplo di 100 bilioni. E’ generalmente accettato anche che praticamente tutte le cellule del corpo vengono sostituite almeno una volta ogni anno e mezzo. Tutto questo comporta dei numeri stupefacenti. Un anno e mezzo sono circa 550 giorni (1,5 x 365). Poiché ci sono più o meno 100 bilioni di cellule da sostituire in 550 giorni, ogni 24 ore vengono sostituite in media 1,8 x 10¹¹ cellule. Ciò vuol dire che devono essere generate ogni giorno 180 miliardi di cellule, mentre altre 180 miliardi vanno digerite ed eliminate dal sistema. Una domanda che viene subito in mente leggendo i numeri di cui sopra è: “Da dove vengono queste cellule?”.
E’ convinzione diffusa che ogni cellula si sviluppi da una cellula staminale adulta, delle quali dobbiamo disporre in un numero praticamente identico a quello delle cellule stesse. Inoltre, le cellule che muoiono devono essere sostituite da nuove cellule a un tasso indistinguibile dall’unità (1:1). In che modo venga regolato questo tasso è un mistero: quando una cellula muore, viene inviato un segnale elettrico, chimico, biologico o di altro tipo che ancora non siamo in grado di riconoscere. Una volta inviato questo segnale, una cellula staminale viene attivata, oppure duplicata e quindi attivata per cominciare il processo di crescita e sostituzione.

I semi della vita

Ci sono almeno due fattori critici nell’evoluzione di una cellula staminale in una cellula matura, differenziata ed efficiente. Uno è il meccanismo interno, insito nel DNA della cellula, che le assegna il modello da seguire durante il suo sviluppo. L’altro fattore è l’ambiente nel quale essa è nata e deve svilupparsi. Ipotizzando che una cellula staminale inizi lo sviluppo con un DNA intatto, devono essere le variabili ambientali a modulare e dirigere la sua crescita, in meglio o in peggio.
Il corpo è responsabile delle variabili globali, piuttosto che dello sviluppo individuale di ciascuna cellula, e in questo è molto efficiente. L’ossigeno e il pH vengono mantenuti a livelli precisi, la concentrazione di enzimi proteolitici è fissata a livelli ottimali, vengono forniti nutrienti e ogni cellula si sviluppa in un ambiente nutriente e ricco di ossigeno, in cui i geni entrano in funzione nel momento migliore per lo sviluppo della cellula. Il fatto che tale processo si verifichi centinaia di miliardi di volte ogni giorno, e che noi esseri umani sopravviviamo tanto a lungo in ogni sorta di ambiente, clima e situazione, mostra quanto esso sia incredibilmente resiliente, cioè capace di resistere ad urti di varia natura improvvisi senza spezzarsi. Da ciò capiamo anche perché la ricerca sulle cellule staminali sia tanto importante.
Ognuno di noi ha tante cellule staminali quante gliene occorrono per tutta la vita, probabilmente nello stesso numero delle cellule stesse. Le cellule staminali possono restare inattive, scindersi in due cellule staminali, evolversi normalmente in una cellula differenziata ed efficiente o trasformarsi in un trofoblasto, cioè in una cellula dell’epitelio embrionale che nei mammiferi placentati riveste l’uovo fecondato e che, essendo in rapporto con la mucosa uterina, permette la nutrizione dell’embrione: il tutto è determinato da segnali esterni ricevuti dall’ambiente.
Tutti i risultati, a parte l’ultimo (cioè quello del trofoblasto), sono processi normali; l’ultimo (quello appunto del trofoblasto) è un processo normale per un ovulo fecondato nell’utero. Se quest’ultimo processo si verifica in qualsiasi altro luogo o in qualsiasi altra circostanza, è l’inizio del cancro.

Acidità, ossigeno e cancro

Sappiamo che uno dei principali compiti del torrente sanguigno è trasportare ossigeno vitale a ciascuna cellula del corpo, 24 ore al giorno. Ciò viene effettuato attraverso i globuli rossi, i quali galleggiano nel sangue, ognuno separato dagli altri, trasportando ossigeno sulla propria superficie. Se essi collidono in presenza di grasso atomizzato, si saldano insieme come rotoli di monete, restando incollati fino a quando il grasso nel sangue non viene metabolizzato ed eliminato. Finché i globuli rossi restano incollati, la loro superficie non può assorbire ossigeno; inoltre, tali rouleaux (come vengono chiamati, traducendo il francese “rotoli, i blocchi di cellule) non possono più passare attraverso i minuscoli capillari, come invece è possibile per i piccoli globuli rossi individuali. Il torrente sanguigno perde così una percentuale significativa della sua capacità ossigenante, oltre che la possibilità di raggiungere tutto il sistema servito dai capillari.
Organi importanti cominciano allora a essere carenti di ossigeno. I rischi connessi a tale situazione sono stati scoperti grazie ad alcuni esperimenti compiuti all’inizio del XX secolo dal Premio Nobel Otto Warburg, il quale ha osservato che privando un tessuto di ossigeno, questo diventava cancerogeno; inoltre, il processo non si invertiva riportando ossigeno al tessuto. Oggi crediamo che ciò che Warburg stava osservando non erano normali cellule che diventavano cancerogene, ma cellule che stessero morendo per mancanza di ossigeno, mentre le nuove cellule nascevano in un ambiente in cui il normale apporto di ossigeno semplicemente non era presente.
Senza dubbio, la maggior parte di tali nuove cellule morirebbe, ma alcune, magari pochissime, potrebbero sopravvivere usando come fonte di energia la fermentazione, anziché il molto più efficiente processo dell’ossidazione. Tuttavia, le cellule che usano la fermentazione non hanno l’energia per evolversi o funzionare normalmente: tutto ciò che possono fare è proliferare e scindersi all’infinito. Questo è il cancro.
Se è così disperatamente importante impedire ai globuli rossi di collidere, deve esistere un meccanismo che li tiene separati. Di fatto, vediamo nelle fotomicrografie di sangue normale un campo riempito di piccoli cerchi che alla vista sembrano insolitamente, uniformemente distanziati. Come fanno milioni di globuli rossi a mantenere questa strana, regolare distanza? Il fatto è che alla loro superficie i globuli rossi trasportano elettroni in numero sufficiente da avvolgerli in una piccola rete di carica negativa.
Quando due globuli rossi si avvicinano, si respingono reciprocamente a causa della loro carica simile: più si avvicinano, più fortemente si respingono. In teoria, non dovrebbero mai collidere. Questo ci dovrebbe proteggere, e normalmente è così, ma quando il normale pH del sangue, che è leggermente alcalino (7,35 – 7,36), diventa acido, tali importantissimi elettroni si staccano dai globuli rossi, facendo sì che questi ultimi collidano e si incollino tra loro. Qui il macro fattore del pH opera a livello micro (globuli rossi individuali), perché mantiene un ambiente adatto al trasporto di ossigeno. Disturbando l’equilibrio del pH, improvvisamente il sangue non può più trasportare abbastanza ossigeno e gli organi e i tessuti diventano a rischio di tumore.

Gli enzimi proteolitici e la loro influenza sullo sviluppo delle cellule staminali

Anche una quantità adeguata di enzimi proteolitici è importante per lo sviluppo dell’ambiente cellulare, così come lo è un livello di pH elevato quanto basta (alcalino) per consentire agli enzimi di funzionare correttamente. Durante i suoi primi stadi, la cellula staminale viene spinta in una tra due direzioni, a seconda della quantità di enzimi proteolitici nelle sue immediate vicinanze. Questo, naturalmente, si traduce nella necessità di un’adeguata quantità di enzimi proteolitici nell’ambiente generale del corpo e di un simultaneo pH globale alcalino, poiché lo sviluppo delle cellule staminali si verifica miliardi di volte al giorno, in ogni angolo e anfratto della nostra struttura.
Le due direzioni in cui la cellula staminale può svilupparsi sono: una normale cellula adulta differenziata (con abbastanza enzimi proteolitici funzionanti) o un trofoblasto (il quale, nella maggior parte dei casi, rappresenta l’origine del cancro). Abbiamo visto che un corpo normale viene poderosamente rinnovato e ricreato tutti i giorni: quasi 200 miliardi di cellule si creano e altrettante si eliminano quotidianamente. Se l’ambiente è normale, sano (alcalino) e provvisto di enzimi proteolitici attivi in numero adeguato, il processo procede senza intoppi, così come dovrebbe essere. Se invece nel sistema manca un numero adeguato di enzimi, alcune di questi miliardi di cellule prenderanno la strada sbagliata, trasformandosi in cellule tumorali. Se anche solo un decimo dell’uno per cento di queste cellule si trasforma in trofoblasti, vuol dire che ci sono 200 milioni di nuove cellule tumorali ogni giorno. Il nostro sistema immunitario dovrebbe essere in grado di gestire tale situazione, ma resta il fatto che la formazione di tali cellule rivela una grave depressione di quelle funzioni.
Non è necessaria la sopravvivenza di molte cellule cancerogene ogni giorno per generare e rigenerare un tumore, e la loro ubicazione nel corpo è praticamente irrilevante. Quando un malato di cancro è sottoposto a un intervento chirurgico di rimozione del tumore, senza che nulla venga fatto sull’ambiente interno generale (l’ambiente stesso che in primo luogo aveva portato alla formazione del tumore), i processi quotidiani del corpo, operando nello stesso ambiente, continueranno a creare cellule tumorali a un tasso elevatissimo. In certi casi, ciò porterà a ulteriori lesioni tumorali. L’offesa portata al corpo dall’intervento chirurgico, naturalmente, accelererà il processo.

Influenze acidificanti nella vita quotidiana

Poiché il livello di pH del corpo è fondamentale sia per il trasporto dell’ossigeno che per lo sviluppo delle cellule staminali, è determinante anche per la nostra salute generale, per la prevenzione del cancro e per l’inversione di quest’ultimo. Noi dobbiamo lavorare per mantenere un input nutritivo che assicuri un pH alcalino. Ma se ci guardiamo intorno e analizziamo la nostra dieta, vediamo troppi cibi, sostanze e bevande che tendono a far scendere il nostro pH a pericolosi livelli acidi. La principale tra tutte queste influenze è la quantità di proteine animali che assumiamo quotidianamente.
Vi sono tuttavia molte altre influenze nocive, tra cui il caffé, le medicine, le sostanze chimiche usate in agricoltura, le droghe occasionali, molti grassi e oli, i fast food, gli alimenti trattati e i prodotti della farina raffinata: tutto ciò tende ad acidificare il corpo. Non meraviglia che quando invecchiamo, i livelli di pH che abbiamo coltivato per tutta la vita comincino a scendere sotto il 7,0. La maggior parte delle persone anziane ha livelli di pH di 6,5 o ancora più bassi, e quando il cancro si manifesta sotto forma di malattia identificabile (tumore, lesione), tale livello è sceso ulteriormente. L’unico modo per ripristinare la salute nell’ambiente di un corpo malato è riportare il livello di pH ai suoi valori normali: 7,35 o 7,36. Altrimenti, è come se stessimo pulendo il tappeto durante un acquazzone, ignorando che nel soffitto c’è un buco enorme.

Influenze alcalinizzanti e ripristino del pH

In generale, così come gli alimenti a base di proteine animali producono acidità dopo il metabolismo, le ceneri rimanenti dopo il metabolismo (digestione) di alimenti a base vegetale producono alcalinità (con alcune eccezioni). Grazie all’elevata quantità di cibi e succhi a base vegetale somministrati quotidianamente, il pH del paziente si alza molto velocemente, sulla scala di giorni più che di settimane. Con il ripristino del pH ai livelli alcalini, la capacità di trasportare ossigeno da parte del torrente sanguigno viene ripristinata, il sangue si diluisce, il benessere generale del paziente e le sue funzioni mentali migliorano e il dolore diminuisce sensibilmente, benché il paziente abbia ancora molta strada da fare.
Tutte le strutture e gli organi funzionano meglio con l’ossigeno. Ciò vale soprattutto per il cervello, che è uno dei principali consumatori di ossigeno nel corpo. L’ottimismo e la speranza fanno ritorno. La pelle comincia a recuperare il suo tono e il suo colore, poiché ora viene rifornita di ossigeno ed enzimi ossidanti grazie all’abbondante assunzione di succhi di frutta e verdure fresche e organiche.
Quando il livello di pH è tornato alcalino, gli indispensabili enzimi proteolitici si riattivano e riprendono la loro funzione consistente sia nel dirigere la giusta sequenza di eventi riguardo la sostituzione e il rinnovo delle cellule morte, sia nell’eliminazione della materia morta (incluse le cellule tumorali ora morenti, perché non stanno più ricevendo i nutrienti o l’ambiente che il cancro necessita per crescere e proliferare). Con questo non si vuole affatto intendere che i pazienti siano “curati”.
Non è possibile guarire in pochi giorni da una malattia che ha richiesto anni, persino decenni, per svilupparsi, ed è il risultato di un collasso generale del sistema conglomerato che chiamiamo “immunità”. Ma la reazione rapida del corpo non è immaginaria né teorica: il paziente la vive come una significativa riduzione del dolore, un ritorno di energia, una notevole sequenza di “reazioni di guarigione” (talvolta note come “reazioni omeopatiche”) e un aspetto molto migliore. Poiché il dolore dovuto a un tumore è spesso molto intenso, la rapida riduzione di esso dovrebbe bastare, per molti pazienti, a giustificare l’uso del protocollo “POKE”.

Gli enzimi proteolitici e la rimozione delle cellule morte

Prima abbiamo parlato delle cifre incredibili connesse alla sostituzione e al rinnovo di tutte le nostre cellule nell’arco di 18 mesi, ma non abbiamo ancora accennato al problema dell’eliminazione delle centinaia di miliardi di cellule che muoiono ogni giorno. Le cellule che muoiono sono quasi sempre parte della matrice di una struttura o ghiandola che deve continuare a funzionare mentre il lavoro di riparazione è in corso. Se le cellule morte non sono rimosse, formeranno una massa diffusa di carne putrefatta che non può farci certo del bene. Uno degli effetti della mancata rimozione delle cellule morte è che la matrice circostante comincia a ricevere i sottoprodotti della materia in decomposizione. Non importa se si tratta di cellule normali morte semplicemente perché giunte alla fine del loro ciclo vitale, cellule morte a causa di lesioni o tossiemia, cellule tumorali morte poiché non possono sopravvivere in un ambiente alcalino o agenti patogeni e anticorpi che hanno terminato la loro battaglia nella struttura.
Questo materiale necrotico, se non viene eliminato, acidificherà ulteriormente l’ambiente, avvelenando ancora di più il paziente. Normalmente, il materiale necrotico viene smaltito dagli enzimi proteolitici che dovrebbero essere diffusi in tutto il corpo per digerire la materia delle cellule morte, affinché essa venga eliminata dal torrente sanguigno. Se nell’ambiente c’è carenza di enzimi proteolitici a causa del loro uso da parte del sistema digerente (per esempio per metabolizzare pasti a base di proteine animali) o se l’ambiente è così acido che l’azione enzimatica viene disattivata, gli enzimi non possono svolgere la loro fondamentale funzione, il materiale morto non viene rimosso e l’ambiente locale diventa ancora più acido, malato e sfavorevole alla guarigione e a un sano metabolismo.
Il protocollo “POKE” fornisce quantità abbondanti di nuovi enzimi proteolitici al corpo. E’ sempre più chiaro che sia gli enzimi proteolitici sia l’ambiente alcalino favorevole a tali enzimi è della massima importanza per l’eliminazione quotidiana delle cellule morte. Entrambi questi importanti elementi vengono parzialmente o completamente negati da una dieta ricca di proteine animali, perché gli enzimi che vengono usati per digerire i pasti ricchi di proteine non sono più disponibili per altre funzioni critiche, e perché gli enzimi rimanenti vengono neutralizzati dall’influenza acidificante delle ceneri rimanenti dopo il metabolismo delle proteine animali.

Conclusione

Si è cercato di spiegare il protocollo “POKE” a livello cellulare, estendendo la logica della “Terapia Gerson”, alla quale il protocollo stesso si ispira. Il senso di tale protocollo sta nel fatto che lo sviluppo delle cellule staminali in cellule differenziate e l’eliminazione delle cellule morte nella nostra matrice strutturale hanno bisogno di adeguati livelli di enzimi proteolitici e del giusto pH, condizioni che vengono ottenute secondo tre modalità diverse tra loro, ma sinergiche. Tre decenni fa Henry Gadsden, direttore generale di una delle principali case farmaceutiche al mondo, la Merck, rilasciò una sconcertante dichiarazione: il suo sogno era creare medicinali per le persone sane, così da poter vendere proprio a tutti.
Purtroppo a distanza di trent’anni il sogno del defunto Gadsden si è avverato: oggi il semplice fatto di essere a rischio di una patologia è diventato una malattia per cui, ad esempio, le donne di mezza età soffrono di un male latente alle ossa detto “osteoporosi” e gli uomini di mezza età hanno come disturbo cronico il “colesterolo alto”. Pertanto oggi una delle principali strategie di vendita è cambiare il modo in cui la gente pensa ai propri mali, trasformando processi naturali in patologie mediche. Il protocollo “POKE” si propone semplicemente di prevenire tale finalità strategica commerciale e la conseguente ansia tra la gente di auto-medicazione e di check-up, ripristinando il corretto funzionamento cellulare in modo molto naturale ed economico: la salute deve diventare finalmente un tesoro facilmente raggiungibile da chiunque, praticando una prevenzione che superi la logica di chi cerca con ogni mezzo profitti economici sempre più alti nel campo della medicina salutistica (proponendo spesso novità effimere che creano mode passeggere, illusorie e costose) per arrivare invece a consolidare veramente e con costi accessibili a tutti quelle condizioni chimico-fisiche sulle quali poggia da sempre la sana fisiologia cellulare e il conseguente benessere fisico dell’uomo, ottenendo in molti casi senza proporselo veri e propri successi anche terapeutici.